Nella notte tra il 3 e il 4 febbraio una NSU Prinz 1000 si ferma davanti al salone di esposizione del palazzo della Provincia, che all’epoca ospita gli uffici della Regione, in Piazza Prefettura. Un uomo, con in mano un fagotto, scende dalla vettura, si guarda intorno con occhiate rapide e nervose, si avvicina ad una delle colonne dell’edificio, appoggia in terra il pacco e risale velocemente nell’auto che sfreccia lungo Corso Mazzini imboccando il senso vietato.
Un agente di polizia, che si trova nelle vicinanze, nota il movimento, cerca di avvicinarsi ma, dopo aver percorso qualche passo, è respinto indietro dalla detonazione. L’ordigno esplode e manda in frantumi le vetrate del palazzo e quelle dei fabbricati vicini, tra cui quelli delle Poste, del Credito Italiano e dell’Ina. La tragedia è sfiorata, il custode del palazzo provinciale e la sua famiglia ne escono miracolosamente illesi.
La mattina successiva tira vento, come accade spesso da queste parti, la giornata si preannuncia particolarmente fredda; Catanzaro si sveglia lentamente con i suoi rumori, le saracinesche si alzano, e chi non sapeva lo viene a sapere così, fuori da scuola, comprando il pane o, semplicemente, leggendo un ciclostilato che spunta sui muri della città.
Il volantino, sottoscritto da Dc, Pci, Psi, Pri, Psiup e Pli, è semplice e essenziale, scritto velocemente trasuda sdegno e chiama alla mobilitazione; le forze democratiche della città invitano i cittadini a partecipare ad un manifestazione antifascista che si terrà il pomeriggio stesso alle 17 in Piazza Grimaldi. Verso le 17 Piazza Grimaldi inizia a riempirsi di persone: dirigenti di partito, militanti e simpatizzanti, rappresentanti delle istituzioni, gente comune accorsa chi per sdegno chi per curiosità.
Dal palco, montato per l’occasione, Franco Politano, all’epoca segretario della federazione provinciale comunista, annuncia che è stata negata l’autorizzazione per la manifestazione, la motivazione ufficiale è il mancato rispetto del termine dei tre giorni previsto per la richiesta. Si decide, così, unanimemente di rinviare la manifestazione a data da destinarsi e di tenere comunque in serata una assemblea pubblica nei saloni della Provincia.
La folla prende atto della solerzia burocratica ma il muovere dei passi verso corso Mazzini è interrotto dal rumore di un altro microfono e dal riecheggiare di altre parole. Dalla sede del Movimento Sociale Italiano, collocata ad una cinquantina di metri, iniziano ad arrivare frammenti di discorsi e slogans ritmati. C’è chi si allontana e chi si muove verso la parte bassa del corso, chi invita a non raccogliere le provocazioni e chi inveisce.
“Dalla sede del Movimento sociale italiano si incominciava a sentire un discorso. L’oratore ad alta voce attribuiva la colpa di quanto stava accadendo in Calabria, per la questione del capoluogo, al governo e alla democrazia cristiana, accusati di aver rinviato troppo a lungo la decisione sul problema più importante, cioè la scelta del capoluogo della regione. Dalle finestre della sede del MSI si sono affacciati allora alcuni giovani con elmetto in testa e visiera. Fra i missini ed alcuni passanti venivano scambiati dei gesti di scherno e degli insulti. Dalle finestre venivano subito lanciate pietre verso il basso e la folla si disperdeva. I missini poi chiudevano le finestre e, quanti si trovavano in strada, rilanciavano verso l’alto le pietre che avevano raccolto per la strada” (Il Corriere della Sera, 5 febbraio 1971).
Alcuni funzionari della Polizia irrompono nella sede del MSI. A questo punto le urla e il fragore della strada sono interrotti dalle esplosioni; il resto sono grida, sangue e gente che fugge a cui, poco dopo, si aggiunge il suono delle sirene delle ambulanze.
A terra, colpiti da alcune bombe a mano, restano Pino Malacaria e un numero consistente di feriti
Malacaria arriva in ospedale presentando ferite profonde agli arti inferiori e superiori ed è subito condotto in sala operatoria, gli vengono asportati il pollice e l’indice della mano sinistra ma non c’è nulla da fare, decede per trauma cranico ed emorragico causato dallo spappolamento della coscia sinistra.
Le indagini sull’omicidio di Malacaria non hanno mai prodotto risultati concreti. Quattro militanti fascisti furono accusati del delitto e poi assolti con formula piena, gettando ulteriori ombre e divisioni su un’epoca drammatica nelle pagine della storia calabrese.
Fonti
reti-invisibili.net
gazzettadelsudonline
Galleria fotografica
da Repubblica
Cinquanta anni fa, la rivolta di Reggio Calabria – la Repubblica
Video
ArchivioLuce
I Moti di Reggio – Approfondimenti
Il Riformista
I moti di Reggio del 1970, quando la Calabria ridiventò una colonia – Il Riformista
Storia della rivolta di Reggio Calabria del 1970, altro che mafia… – Il Riformista
RaiNews
Cinquanta anni fa i Moti di Reggio Calabria che infiammarono l’Italia – photogallery – Rai News
Beniculturali
Scheda di Luigi Ambrosi
La rivolta di Reggio Calabria (1970-1971)
ReggioToday
“Fu una rivolta spontanea e di popolo”: cinquanta anni fa i moti di Reggio Calabria |VIDEO
Video
La Storia siamo noi – Rai
Reggio 1970. I giorni della rabbia. Rai La Storia Siamo Noi
IL FILM
Pier Paolo Pasolini – Reggio Calabria – Film
12 DICEMBRE – REGGIO CALABRIA di P. P. Pasolini // Film (1971)

da Corriere della Calabria
English Version
On the night between 3 and 4 February an NSU Prinz 1000 stopped in front of the exhibition hall of the Province building, which at the time housed the Region’s offices, in Piazza Prefettura. A man, holding a bundle in his hand, gets out of the car, looks around with quick and nervous glances, approaches one of the columns of the building, places the package on the ground and quickly gets back into the car which speeds along Corso Mazzini taking the Wrong way.
A police officer, who is nearby, notices the movement, tries to approach but, after taking a few steps, is pushed back by the detonation. The bomb explodes and shatters the windows of the building and those of the nearby buildings, including those of the Post Office, the Credito Italiano and the INA. Tragedy comes close, the caretaker of the provincial palace and his family emerge miraculously unharmed.
The next morning it’s windy, as often happens in these parts, the day promises to be particularly cold; Catanzaro slowly wakes up with its noises, the shutters go up, and those who didn’t know find out this way, outside of school, buying bread or, simply, reading a mimeograph that appears on the walls of the city.
The leaflet, signed by the DC, PCI, PSI, PRI, PSIUP and PLI, is simple and essential, written quickly, it exudes disdain and calls for mobilization; the democratic forces of the city invite citizens to participate in an anti-fascist demonstration which will be held that same afternoon at 5pm in Piazza Grimaldi. Around 5pm, Piazza Grimaldi begins to fill with people: party leaders, militants and supporters, representatives of institutions, ordinary people who have come, some out of indignation, some out of curiosity.
From the stage, erected for the occasion, Franco Politano, secretary of the provincial communist federation at the time, announced that authorization for the demonstration had been denied, the official reason being failure to respect the three-day deadline for the request. It was thus unanimously decided to postpone the event to a later date and to hold a public meeting in the provincial halls in the evening.
The crowd takes note of the bureaucratic diligence but the movement of steps towards Corso Mazzini is interrupted by the noise of another microphone and the echoing of other words. From the headquarters of the Italian Social Movement, located about fifty meters away, fragments of speeches and rhythmic slogans begin to arrive. There are those who move away and those who move towards the lower part of the course, those who invite people not to accept the provocations and those who rant.
“From the headquarters of the Italian Social Movement we began to hear a speech. The speaker loudly attributed the blame for what was happening in Calabria, for the issue of the capital, to the government and the Christian democracy, accused of having postponed the decision on the most important problem for too long, that is, the choice of the capital of the region . Some young people wearing helmets and visors then looked out of the windows of the MSI headquarters. Mocking gestures and insults were exchanged between the MSI members and some passers-by. Stones were immediately thrown downwards from the windows and the crowd dispersed. The MSI then closed the windows and those who were in the street threw the stones they had picked up on the street again” (Il Corriere della Sera, 5 February 1971).
Some police officials break into the MSI headquarters. At this point the screams and the roar of the street are interrupted by explosions; the rest is screams, blood and people fleeing to which, shortly after, is added the sound of ambulance sirens.
Pino Malacaria and a significant number of wounded remain on the ground, hit by some hand grenades
Malacaria arrives at the hospital with deep wounds to his lower and upper limbs and is immediately taken to the operating room, the thumb and index finger of his left hand are removed but there is nothing that can be done, he dies from head trauma and haemorrhagic injuries caused by the pulping of the left thigh.
The investigations into Malacaria’s murder have never produced concrete results. Four fascist militants were accused of the crime and then fully acquitted, casting further shadows and divisions on a dramatic era in the pages of Calabrian history.