31 Maggio 1972: Strage di Peteano

Peteano (GO)

Dongiovanni Franco, 22 anni, carabiniere
Ferraro Antonio, 31 anni, carabiniere
Poveromo Donato, 32 anni, carabiniere

Di tutte le stragi fasciste, quella di Peteano è spesso dimenticata: per il numero di vittime (tre, tutti carabinieri) e perché avvenne non in una banca, in una piazza o su un treno, bensì in un viottolo sterrato di campagna, di notte, alla periferia di una piccolissima frazione di un minuscolo comune di una provincia all’estremo confine orientale d’Italia, quella di Gorizia. Una strage messa in atto alla periferia di tutto, ritenuta per giunta non politica per una buona decina d’anni. Una strage “marginale” però comunque singolare, soprattutto per una ragione: è infatti l’unica della quale conosciamo i colpevoli, al tempo stesso esecutori e mandanti. Uno di loro, Vincenzo Vinciguerra, se ne assunse la responsabilità, reo confesso. Lo fece nel 1984, dodici anni dopo i fatti, ma già si trovava in carcere, dopo essersi consegnato ai carabinieri. Nel 1979 aveva infatti posto volontariamente fine alla propria latitanza che, attraverso la Spagna, il Cile e l’Argentina, gli aveva consentito di sottrarsi all’arresto dopo essere stato condannato per un altro reato singolarissimo: un dirottamento aereo, il primo della storia dell’aviazione civile italiana.

I fatti risalgono a esattamente mezzo secolo fa. La sera del 31 maggio 1972 una telefonata anonima ai Carabinieri di Gorizia segnala la presenza di una Fiat 500 bianca abbandonata in una stradina poco fuori Peteano di Sagrado, con fori sul parabrezza che sembrano fori di proiettile. Scattano i controlli, la vettura viene perquisita, il sottotenente Angelo Tagliari decide di aprire il cofano e aziona la leva. Ma a quella leva è agganciato un detonatore (tecnicamente un accenditore a strappo) e l’auto, imbottita di esplosivo nel bagagliaio anteriore, salta in aria, uccidendo i tre carabinieri che stavano proprio davanti al cofano. Le vittime provengono tutte dal Sud: il brigadiere Antonio Ferraro, siciliano, 31 anni, e i carabinieri Donato Poveromo, lucano, 33 anni, e il leccese Franco Dongiovanni, appena 23 anni. Erano tutti sposati e la moglie di Ferraro era incinta. La portiera aperta fa invece da scudo a Tagliari, ferito comunque gravemente: sbalzato molti metri più in là, perderà una mano riportando inoltre ustioni e ferite.

L’attentato non viene rivendicato. E le indagini, svolte irritualmente in prima persona dal colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione Carabinieri di Udine (su ordine del generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della Divisione Pastrengo di Milano e piduista) vengono indirizzate subito verso ambienti di Lotta Continua di Trento. È una pista del tutto infondata, che però verrà portata avanti per diversi mesi. Viene invece lasciata indisturbata la sezione udinese di Ordine Nuovo, benché da mesi in Friuli si stessero ripetendo attentati dinamitardi dimostrativi la cui matrice poteva essere chiaramente messa in connessione con ambienti neofascisti. Poi, il 6 ottobre, avviene il citato dirottamento di Ronchi dei Legionari: un piccolo aereo civile, con destinazione Bari, viene costretto da un passeggero armato a tornare all’aeroporto giuliano. Con il velivolo in pista, si svolge una concitata trattativa con la torre di controllo. Il dirottatore chiede denaro, libera i passeggeri ma tiene sequestrato l’equipaggio. Che però a un certo punto riesce ad abbandonare l’aereo. Le forze dell’ordine circondano l’aereo, c’è una sparatoria, poi il silenzio. Solo molte ore dopo polizia e carabinieri saliranno a bordo, trovandovi il dirottatore già colpito a morte. Si tratta di Ivano Boccaccio, ordinovista, in pugno stringe ancora una pistola. E quella pistola risulta appartenere a Carlo Cicuttini, altro ordinovista, ma anche segretario della sezione di Manzano del Movimento sociale italiano. Mentre Cicuttini è già fuggito in Spagna, in quei giorni viene interrogato anche Vinciguerra. Poi fuggirà anche lui. Intanto, su Peteano, le indagini si sono spostate su un gruppo di goriziani: è la “pista gialla”, non politica, che culmina nel 1973 con gli arresti di sei persone. Il loro movente, sostiene Mingarelli, sarebbe una non meglio precisata volontà di vendetta contro l’Arma. Vengono arrestati, benché gli elementi siano fragili: si faranno un anno di carcere, per poi essere processati (in un dibattimento drammatico e sconcertante) e assolti (ma la sentenza definitiva arriverà solo nel 1979). La vicenda di Peteano e quella di Ronchi resteranno a lungo separate, perché proprio i carabinieri hanno fatto sparire una prova decisiva: i bossoli dei proiettili sparati contro la Fiat 500 a Peteano, che erano calibro 22, e i verbali di sopralluogo che ne attestavano il rinvenimento. Calibro 22 era anche la pistola trovata in mano a Boccaccio, sull’aereo dirottato. E la voce della telefonata che aveva attirato i carabinieri a Peteano era la voce di Cicuttini.

La verità giudiziaria arrivò solo negli anni Ottanta inoltrati, grazie a un’inchiesta del giudice istruttore veneziano Felice Casson (dalla quale prese il via anche quella su Gladio), che permise di individuare la colpevolezza degli ordinovisti friulani: Vinciguerra si risolse ad assumersi la responsabilità della strage, pur coprendo inizialmente Cicuttini (e senza mai coinvolgere Boccaccio, peraltro già morto). La Corte d’assise lo condannò all’ergastolo, lui non interpose appello. Ergastolo anche a Cicuttini, che invece tentò dalla contumacia il secondo grado, invano. Solo nel 1998 verrà arrestato in Francia, attirato dalla Digos, dopo che la Spagna per ben due volte ne aveva negato l’estradizione. L’inchiesta di Casson accertò anche che il Movimento sociale italiano, ancora a metà degli anni Settanta, gli aveva fatto arrivare in Spagna 32 mila dollari per sottoporsi a un’operazione alla corde vocali e poter quindi sfuggire a eventuali inchieste sulla strage di Peteano, visto che la sua telefonata era stata registrata: il leader del partito Giorgio Almirante, rinviato a giudizio per favoreggiamento, sfuggirà al processo solo grazie a una provvidenziale amnistia, di cui decise di avvalersi ancora prima del dibattimento.

Fonte

Paolo Morando in RivistailMulino.it

La rivista il Mulino: 31 maggio 1972:la strage di Peteano


Approfondimenti

Wikipedia

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Peteano

Veronica Bortolussi, Tesi di laurea “la strage di Peteano e la strategia della tensione”, Università di Udine, su Guidosalvini.it

La strage di Peteano e la strategia della tensione di Veronica Bortolussi | Guido Salvini

Icalabresi.it

John Trumper, la strage di Peteano e il delitto Moro

Video

Paolo Morando racconta ‘L’ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra’

31 maggio 1972 | LA STRAGE DI PETEANO

Strage di Bologna, Vinciguerra: “Le stragi le faceva chi lavorava per lo Stato”.

Carlo Cicuttini (Strage di Peteano), telefonata ai Carabinieri per agguato (1972)

La Strage di Peteano

Sound

Radio Radicale – tutte le udienze del processo

Strage di Peteano | Radio Radicale

Il Libro

Paolo Morando, L’ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra, Laterza, 2022

da Laterza

da Wikipedia: Poveromo, Dongiovanni, Ferraro

da Wikipedia

da Rivista Il Mulino

English version

Of all the fascist massacres, that of Peteano is often forgotten: due to the number of victims (three, all carabinieri) and because it occurred not in a bank, in a square or on a train, but on a dirt country lane, at night , on the outskirts of a very small hamlet of a tiny municipality in a province at the extreme eastern border of Italy, that of Gorizia. A massacre carried out on the outskirts of everything, which was also considered non-political for a good ten years. A “marginal” massacre, however, still singular, above all for one reason: it is in fact the only one of which we know the culprits, both executors and instigators. One of them, Vincenzo Vinciguerra, took responsibility for it, self-confessed. He did it in 1984, twelve years after the events, but he was already in prison, after having handed himself over to the police. In 1979 he had in fact voluntarily put an end to his inaction which, through Spain, Chile and Argentina, had allowed him to escape arrest after being convicted of another very singular crime: an airplane hijacking, the first in the history of Italian civil aviation.

The facts date back exactly half a century ago. On the evening of May 31, 1972, an anonymous phone call to the Gorizia Carabinieri reported the presence of a white Fiat 500 abandoned in a small street just outside Peteano di Sagrado, with holes in the windshield that looked like bullet holes. The checks are triggered, the car is searched, second lieutenant Angelo Tagliari decides to open the bonnet and activates the lever. But a detonator (technically a tear-off igniter) is attached to that lever and the car, packed with explosives in the front trunk, blows up, killing the three carabinieri who were right in front of the hood. The victims all come from the South: Brigadier Antonio Ferraro, Sicilian, 31 years old, and the Carabinieri Donato Poveromo, Lucanian, 33 years old, and Franco Dongiovanni from Lecce, just 23 years old. They were all married and Ferraro’s wife was pregnant. The open door instead acts as a shield for Tagliari, who was nevertheless seriously injured: thrown many meters away, he lost a hand and also suffered burns and wounds.

The attack is not claimed. And the investigations, carried out irregularly in the first person by Colonel Dino Mingarelli, commander of the Carabinieri Legion of Udine (on the orders of General Giovanni Battista Palumbo, commander of the Pastrengo Division of Milan and PID member) are immediately directed towards Lotta Continua environments of Trento. It is a completely unfounded lead, which however will be pursued for several months. However, the Udine section of Ordine Nuovo was left undisturbed, even though demonstrative bomb attacks had been repeated for months in Friuli, the origins of which could clearly be linked to neo-fascist environments. Then, on 6 October, the aforementioned Ronchi dei Legionari hijacking took place: a small civilian plane, destined for Bari, was forced by an armed passenger to return to the Julian airport. With the aircraft on the runway, a tense negotiation takes place with the control tower. The hijacker demands money, frees the passengers but keeps the crew kidnapped. However, at a certain point he manages to abandon the plane. The police surround the plane, there is a shootout, then silence. Only many hours later the police and carabinieri boarded, finding the hijacker already shot to death. This is Ivano Boccaccio, an ordinologist, still holding a pistol in his hand. And that gun appears to belong to Carlo Cicuttini, another Ordinovist, but also secretary of the Manzano section of the Italian Social Movement. While Cicuttini has already fled to Spain, Vinciguerra was also interrogated in those days. Then he too will flee. Meanwhile, on Peteano, the investigations have moved on to a group of Gorizia residents: it is the non-political “yellow trail”, which culminates in 1973 with the arrests of six people. Their motive, claims Mingarelli, would be an unspecified desire for revenge against the force. They are arrested, although the elements are fragile: they will spend a year in prison, only to be tried (in a dramatic and disconcerting trial) and acquitted (but the final sentence will only arrive in 1979). The story of Peteano and that of Ronchi will remain separate for a long time, because the Carabinieri themselves made decisive evidence disappear: the shell casings of the bullets fired at the Fiat 500 in Peteano, which were 22 caliber, and the inspection reports which attested to their discovery. . 22 caliber was also the gun found in Boccaccio’s hand on the hijacked plane. And the voice of the phone call that had attracted the police to Peteano was the voice of Cicuttini.

Judicial truth it arrived only in the late 1980s, thanks to an investigation by the Venetian investigating judge Felice Casson (from which the one on Gladio also began), which made it possible to identify the guilt of the Friulian ordinovists: Vinciguerra decided to take responsibility for the massacre, despite initially covering Cicuttini (and without ever involving Boccaccio, who was already dead). The Assize Court sentenced him to life imprisonment, but he did not appeal. He also sentenced Cicuttini to life imprisonment, who instead attempted the second degree in absentia, in vain. Only in 1998 was he arrested in France, attracted by Digos, after Spain had twice denied his extradition. Casson’s investigation also ascertained that the Italian Social Movement, still in the mid-seventies, had sent him 32 thousand dollars to Spain to undergo an operation on his vocal cords and therefore be able to escape any investigations into the Peteano massacre, given that his phone call had been recorded: the party leader Giorgio Almirante, indicted for aiding and abetting, will escape the trial only thanks to a providential amnesty, which he decided to make use of even before the trial.










Associazione Casa della Memoria