28 maggio 1976. È un venerdì. Le elezioni politiche del 20 giugno sono ormai vicine. Lo scontro è aspro, il risultato è considerato decisivo, quasi un nuovo appuntamento con la storia, dopo il successo del PCI alle amministrative dell’anno precedente.
A Sezze, cittadina di tradizione antifascista e amministrata da sempre dalla sinistra comunista, c’è grande tensione perché in serata è previsto il comizio di Sandro Saccucci, deputato uscente e ricandidato nelle liste del Movimento Sociale, ex parà e fascista, sospettato d’aver partecipato nel 1970 al tentato colpo di Stato organizzato da Junio Valerio Borghese. La scelta di Sezze è una provocazione. Ci sono fondati timori di incidenti. Il comandante della Stazione dei Carabinieri ha chiesto rinforzi.
Dopo aver fatto dei comizi in alcuni paesi vicini, verso le 20:30, con oltre un’ora di ritardo Saccucci, scortato da diverse auto, arriva a Sezze e si dirige a Piazza IV Novembre, nel cuore del centro storico. L’accompagnano circa 15 persone, militanti di Roma ma anche della zona di Latina e provincia. Giorni prima con alcuni di loro, durante una cena, ha pianificato la sortita e studiato le contromisure di fronte alla prevedibile ostilità delle persone del posto. Pietro Allatta, uno dei presenti alla cena, ha mostrato la pistola in segno di sfida ai commensali.
La piazza è presidiata dalle forze dell’ordine, impegnate a tenere lontani i militanti di Lotta Continua e della FIGC ed evitare che vengano a contatto con i simpatizzanti dell’MSI, pochi invero, raccolti sotto il palco. I due gruppi si fronteggiano a distanza: al grido “A Sezze sono tornate le camice nere” e al canto di Faccetta nera e Roma divina dei fascisti, gli altri rispondono a pugno chiuso e intonano l’Internazionale e Bandiera rossa. La situazione appare sotto controllo.
Saccucci inizia a parlare. Lo circondano diversi camerati armati di bastoni e pistole. Tra loro ci sono Pietro Allatta, Gabriele Pirone e Angelo Pistolesi, l’autista di Saccucci. I Carabinieri lasciano fare, restano in disparte. Per circa venti minuti il comizio si svolge regolarmente, malgrado i toni provocatori, fino a quando Saccucci non innesca la scintilla dello scontro, addebitando all’estremismo di sinistra le stragi fasciste di Milano, Brescia e dell’Italicus e affermando testualmente: “Noi abbiamo le mani pulite”.
La piazza ribolle ed esplode, la reazione dei militanti di sinistra, le cui fila si sono parecchio infoltite, è durissima. Volano fischi, cori e insulti. Da sotto il palco del comizio i missini lanciano sassi, bottiglie e bastoni. Gli altri reagiscono facendo altrettanto. Lo scontro si mantiene comunque a distanza. L’ex parà termina regolarmente il comizio e scende dal palco. Un missino, presente in piazza, tira fuori la pistola ed esplode dei colpi. Saccucci, dopo un breve conciliabolo con i suoi, avanza di corsa, estrae la pistola e, gambe divaricate e braccia tese in avanti, scarica l’intero caricatore in direzione dei contestatori.
Subito dopo scatta il piano di ritirata. Per ordine di Saccucci sulle autovetture salgono solo i conducenti, gli altri, armi in pugno, procederanno a piedi affiancandole. Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID Francesco Troccia, originario di Sezze e presente al comizio, e risale verso la parte più alta della città, procedendo lentamente attraverso i vicoli stretti e tortuosi per uscire dal centro storico e guadagnare la strada per Latina.
Durante il percorso alcuni componenti del corteo esplodono diversi colpi di pistola allo scopo di terrorizzare la popolazione inerme. Raggiunta Porta Pascibella, appena fuori il centro storico, l’ex parà e i suoi si fermano per riorganizzarsi. Poi salgono tutti in macchina e ripartono. Qualche centinaio di metri più avanti, a Ferro di Cavallo, li aspetta un folto gruppo di militanti di Lotta Continua e della FIGC intenzionati a disturbarne la fuga. Hanno sassi e bastoni. Dalla macchina su cui viaggia Saccucci partono dei colpi di pistola che feriscono Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, e molto più seriamente Luigi Di Rosa, il quale dopo due ore di agonia nell’ospedale cittadino muore, risultando vano ogni tentativo di salvarlo. Il commando fascista si allontana da Sezze, lasciandosi alle spalle un morto e un ferito.
Sandro Saccucci alle elezioni del 20 giugno è rieletto. Il 27 luglio 1976 la Camera dei Deputati autorizza il suo arresto con le pesanti accuse di omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata per il golpe Borghese. Il parlamentare sfugge all’arresto e ripara prima nel Regno Unito, poi in Francia, in Spagna e infine in Argentina, dove sopravvive facendo il tassista.
L’iter giudiziario, lento e tortuoso, tra mille cavilli, intralci e depistaggi si snoda nei tre gradi di giudizio e si conclude con la sola condanna della persona che quella sera impugnava la pistola da cui partirono i colpi che ferirono Antonio Spirito e uccisero Luigi Di Rosa: Pietro Allatta riconosciuto colpevole, viene condannato a tredici anni di carcere, di cui solo otto scontati effettivamente. Sandro Saccucci, condannato in primo e in secondo grado per concorso morale, è assolto per questa accusa in Cassazione e riconosciuto colpevole solo per alcuni reati minori ormai prescritti.
Testimonianza di Luigi De Angelis del 30 maggio 2020 in
Luigi Di Rosa, un delitto impunito
Quasi 40 anni dopo la Suprema Corte respingerà la richiesta del ferito, Antonio Spirito, per il risarcimento danni previsto per le vittime di terrorismo. Il raid di Sezze Romano era stato soltanto una spedizione punitiva occasionale. Sufficiente però a innescare, come altri episodi degli anni di piombo, la rappresaglia dell’antifascismo militante contro i partecipanti. Il 28 dicembre 1977 è ucciso dai Nuovi partigiani al Portuense Angelo Pistolesi.
Fonte
Ugomariatassinari.it
28 maggio 1976, Sezze Romano: i fascisti sparano e uccidono Luigi Di Rosa
Approfondimenti
Reti Invisibili
La sentenza sui risarcimenti negati
Cassazione: la sparatoria di Sezze nel 1976 non fu terrorismo
Video
da memoriando.tv, il canale TV creato dalle famiglie delle vittime del terrorismo
Trasmissione… della Memoria: Luigi Di Rosa
Il racconto

da Radio Onda Blu

da Fondazione La Rossa primavera

da Biblioteca Universitaria Bologna
English version
Luigi Di Rosa, 19 years old, student
28 May 1976. It’s a Friday. The general elections on June 20 are now close. The clash is harsh, the result is considered decisive, almost a new appointment with history, after the success of the PCI at the administrative of the previous year.
In Sezze, a town with an anti-fascist tradition and always administered by the communist left, there is great tension because in the evening there is the rally of Sandro Saccucci, outgoing deputy and re-candidate in the lists of the Social Movement, former parà and fascist, suspected of having participated in 1970 in the attempted coup organized by Junio Valerio Borghese. The choice of Sezze is a provocation. There are well-founded fears of accidents. The commander of the Carabinieri Station asked for reinforcements.
After having rallies in some neighboring countries, around 20:30, over an hour late Saccucci, escorted by several cars, arrives in Sezze and heads to Piazza IV Novembre, in the heart of the historic center. He is accompanied by about 15 people, militants from Rome but also from the area of Latina and its province. Days earlier with some of them, during a dinner, he planned the outing and studied the countermeasures in the face of the predictable hostility of the locals. Pietro Allatta, one of those present at the dinner, showed his gun in defiance to the diners.
The square is manned by the police, committed to keeping the militants of Lotta Continua and the FIGC away and preventing them from coming into contact with the sympathizers of the MSI, few indeed, gathered under the stage. The two groups face each other at a distance: to the cry ‘The black shirts are back in Sezze’ and to the song of Faceta Nera and Divine Rome of the fascists, the others respond with a clenched fist and sing the International and Red Flag. The situation appears to be under control.
Saccucci starts talking. He is surrounded by several comrades armed with sticks and guns. Among them are Pietro Allatta, Gabriele Pirone and Angelo Pistolesi, the driver of Saccucci. The Carabinieri let go, they stay on the sidelines. For about twenty minutes the rally takes place regularly, despite the provocative tones, until Saccucci triggers the spark of the clash, blaming left-wing extremism for the fascist massacres of Milan, Brescia and Italicus and stating verbatim: “We have clean hands”.
The square boils and explodes, the reaction of the left-wing militants, whose ranks have been very thick, is very hard. They fly whistles, choirs and insults. From under the stage of the rally the missini throw stones, bottles and sticks. The others react by doing the same. However, the clash is kept at a distance. The former parà regularly ends the rally and goes off the stage. A missino, present in the square, pulls out the gun and explodes with shots. Saccucci, after a short conciliabolo with his own, advances in a hurry, pulls out the gun and, legs apart and arms outstretched forward, unloads the entire magazine in the direction of the protesters.
Immediately after that, the withdrawal plan is triggered. By order of Saccucci on passenger cars only the drivers go up, the others, weapons in their hand, will proceed on foot flanking them. The procession of men and cars is led by the carabinieri marshal and SID agent Francesco Troccia, originally from Sezze and present at the rally, and goes up to the highest part of the city, proceeding slowly through the narrow and winding alleys to get out of the historic center and earn the road to Latina.
Along the way, some members of the procession blow several gunshots in order to terrorize the unarmed population. Reaching Porta Pascibella, just outside the historic center, the former parà and his parents stop to reorganize. Then they all get in the car and leave again. A few hundred meters further on, in Iron di Cavallo, a large group of militants from Lotta Continua and the FIGC intent on disturbing their escape awaits them. They have stones and sticks. From the car in which Saccucci travels, gunshots start that injure Antonio Spirito, a militant of Lotta Continua, and much more seriously Luigi Di Rosa, who after two hours of agony in the city hospital dies, resulting in vain any attempt to save him. The fascist commando moves away from Sezze, leaving behind a dead and a wounded man.
Sandro Saccucci is re-elected in the elections on June 20. On July 27, 1976, the Chamber of Deputies authorized his arrest with heavy accusations of murder of Luigi Di Rosa, political conspiracy and incitement to armed insurrection for the Borghese coup. The parliamentarian escapes arrest and repairs first in the United Kingdom, then in France, Spain and finally in Argentina, where he survives as a taxi driver.
The judicial process, slow and tortuous, between a thousand quibbles, obstacles and misdirections winds through the three degrees of judgment and ends with the sole conviction of the person who that evening challenged the gun from which the blows that injured Antonio Spirito and killed Luigi Di Rosa started: Pietro Allatta recognized guilty, is sentenced to thirteen years in prison, of which only eight actually served. Sandro Saccucci, convicted at first and second instance for moral concurrence, is acquitted for this charge in the Supreme Court and found guilty only for some minor crimes now prescribed.